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Se con via Pretoria si spegne anche Potenza

24 saracinesche abbassate:  via Pretoria a marzo 2014.

E’ l’emblema del declino del salotto buono della città.

Certo fanno impressione messe insieme tutte come nella galleria fotografica di questo post. Ma è solo l’ultimo segnale di un’area della città che si sta spegnendo.

Non è un fenomeno che comincia oggi, nè è cominciato ieri.

L’inizio è alle 19.34 del 23 novembre 1980.

Anche questo, ovviamente, è un simbolo, perché è nella concatenazione di decisioni seguite al terremoto del 1980 che si è determinato il destino del centro storico di Potenza e, più in generale, della città.

Il centro è stato ricostruito così com’era, com’è giusto che fosse. Almeno nella parte architettonica.

Quello che era successo con la ricostruzione di vico Addone dopo i bombardamenti del 1943 allungava una sinistra ombra su qualsiasi cosa che fosse diverso dalla ricostruzione punto e basta.

Eppure quella che è sembrata, alla fine, un’operazione di buon senso si è trasformata nella tomba del centro della città.

E’ innegabile che il centro restituito ai potentini era ed è più bello di quello danneggiato dal terremoto (fu inserito con una mirabolante operazione politica nelle aree del cratere, ma diciamolo sinceramente i disastri nei comuni del cratere erano altra e ben più grave cosa).

Ma è altrettanto innegabile che si è fatta un’operazione che ha conferito un enorme valore agli immobili ricostruiti, prevalentemente piccoli e inutilizzabili, e ha posto le basi per l’espulsione dal centro di tutte le funzioni amministrative che prima deteneva e ne facevano il cuore pulsante della città, e anche di quelle culturali e sociali.

Con queste man mano hanno cominciato a trasferirsi – perché è naturale che così sia – le attività commerciali.

Altrettanto normale che alcuni uffici non potessero più avere lo spazio necessario nel centro della città, ma è altrettanto vero che alcuni enti sono stati espulsi dagli alti prezzi dei fitti di un mercato immobiliare che era ed è concentrato in poche mani.

Si sono, dunque, uniti due interessi: da un lato quello dei costruttori – classe egemone nel mondo imprenditoriale, anch’essa connotata da forti pratiche oligopolistiche – che spingevano per realizzare nuovi edifici e dall’altro l’espulsione dal centro, causa alti prezzi dei fitti, di molte strutture pubbliche e private che nei nuovi immobili hanno comunque trovato prezzi inferiori rispetto al centro, e un’accessibilità migliore.

Questo processo è come mettere una palla in discesa. Non si ferma più. E non si è fermato.

E il centro si è svuotato. Uno svuotamento che da anni interessa tutte la parte delle stradine laterali: sono andati via negozi, ristoranti, studi commerciali e medici. Si provi a girare per i vicoli, si provi a leggere le insegne, si provi a leggere i nomi su campanelli e citifoni.

Perché se è vero che andava preservata, e giustamente, l’identità, andava pure considerato che non bastava ridare agibilità agli immobili danneggiati, ma immaginare per loro una funzione singola e complessiva non di ripristino del pre-terremoto ma di proiezione verso il futuro.

Perché prezzi e spazi hanno impedito il ritorno alle funzioni abitative e hanno fatto fuggire le funzioni non abitative.

Il risultato è che il centro si è svuotato a cominciare dall’area tra Porta Salza, largo Barbelli: da anni sono un deserto.

Anche quando era chiara la situazione e si è avuta un’occasione per tentare il recupero, la si è buttata via.

L’occasione era l’uso di palazzo Loffredo per ospitare la facoltà di lettere, all’epoca ospitata in un palazzo di via Acerenza.

Si optò per il Museo nazionale archeologico Dino Adamesteanu e per gli uffici della Soprintendenza.

Il Museo è bellissimo e ricchissimo, ma nonostante gli enormi sforzi e la grande riuscita delle iniziative del tipo “una notte al museo”, non si vedono né le folle, né tantomeno il flusso capace di dare vita tutta la settimana a quella parte importante del centro.

Cosa diversa sarebbe stato ospitare l’Università, i suoi studenti, le sue attività e tutto l’indotto.

Oggi si piange per i negozi che vanno via, usando la crisi come capro espiatorio.

Ma anche il commercio ha le sue responsabilità. Poche famiglie hanno accentrato le attività più lucrose dettando prezzi e mode. Di fatto hanno cacciato dal centro della città la concorrenza, abituando man mano i potentini a cercare altrove (qualcuno ricorda i pellegrinaggi a Contursi o ad Anzi? o gli acquisti di corredo a Cava de’ Tirreni?).

E, infatti, i potentini si sono spostati  …. in via del Gallitello: nuovo centro commerciale della città.

Ma una città che rinnega il suo cuore antico, rinnega in definitiva se stessa. Il problema di via Pretoria non può essere confinato al solito dibattito pre-elettorale che poi non genera nulla (Potenza sarà?!?!?!), né può essere l’argomento per il residuo struscio.

Il centro è propulsore e vetrina della città: come se ne interpreterà il futuro sarà la chiave del futuro di tutta la città.

 

 

Via Pretoria, 13
Via Pretoria, 14
Via Pretoria, 32
Via Pretoria, 37
Via Pretoria, 58
Via Pretoria, 75
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Via Pretoria, 168
Via Pretoria, 172
Via Pretoria, 174
Via Pretoria, 211
Via Pretoria, 227
Via Pretoria, 232
Via Pretoria, 237
Via Pretoria, 260
Via Pretoria, 268
Via Pretoria, 270
Via Pretoria, 276
Via Pretoria, 280
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Via Pretoria, 282
Via Pretoria, 286
Via Pretoria, 294
Via Pretoria, 316
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