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Il Ventunora a Sant’Arcangelo | La Basilicata nei libri #4

Sant'Arcangelo (immagine del Comune - www.comune.santarcangelo.pz.it)

Che cos’era il Ventunora?  Un rito che si celebrava a Sant’Arcangelo. E Sant’Arcangelo? «Un magnifico paesone ionico, fermo sulla quota delle sue cinquemila anime».

Nicola Sansanelli è l’autore di Ventunora a Sant’Arcangelo, edito da Fausto Fiorentino – Napoli, Luglio 1966. Ci racconta la Basilicata dei primi del Novecento attraverso le storie dei suoi abitanti.

Il Ventunora, prima dell’Ave Maria

«A ventunora, prima dell’Ave Maria, lo scampanio gioioso del campanile della chiesa parrocchiale di San Nicola suonava come il cessate il foc, zaini a terra! delle manovre militari. Nelle campagne si radunavano per il ritorno ch’era in massa e pittoresco. In paese si andava in piazza. Piazza piccola e Piazza grande. Il ventunora non si solennizzava nella cantina di tutti, la rivendita o la bettola, ma nelle suggestive cantine delle famiglie.» (pag. 23)

«La tavolata apriva il ventunora omissis Lontana dalla casa, la cantina ne è la dipendenza più cospicua, e la integra assai più del salotto, che, quando c’è, serve a inutilizzare una stanza e a raccogliere polvere, e in essa quella comunità decisamente mascolina portava la sede del convegno, affinché ognuno vi si muovesse e conversasse a suo agio, e fosse libero e responsabile secondo il proprio arbitrio.» (pag. 24).

«Il gentiluomo si rivela al tavolo da gioco: a Sant’Arcangelo al ventunora. Sarebbe stato uno scandalo, e scandalo alcuno non fu mai, se un qualsiasi fastidio fosse venuto a chiunque da quella riunione gioconde rumorose tolleranti, che si occupavano in lieti e spesso fioriti conversari di tutto e di tutti, di lettere e di arti, dei grandi fatti della nazione e delle modeste vicende provinciali e locali, facendo il saggio delle incrollabile sanità della convivenza paesana.» (pag. 25)

Un prudente padre di famiglia e l’omaggio della ricotta

«Michele Siderio, prudente padre di famiglia, s’era precipitato a fargli omaggio di tutta la ricotta della giornata, appena gli era pervenuto l’epigramma:

Dunque ancora non sei sazio, mio diletto compare, e perché non ho pecore non la dovrò saggiare? 

Io pure ci sono al mondo e pure l’addiaccio tengo, per cui compare mio, facciamo: o vieni o vengo.

Meglio che venga io, compare mio dolcissimo, perché all’addiaccio mio l’affare è importantissimo.

Direi importantissimo era dir troppo poco. L’addiaccio del poeta era il cimitero, di cui l’avevamo fatto direttore custode dei registri, al declino dei suoi anni e del ventunora.»

I versi sono di Orazio Spani e ce li riporta Nicola Sansanelli.

Il lucano elegantissimo

«Non è vero che i lucani, usi alle vie del mondo, abbiano particolari solidarietà tra di loro, e si cerchino, si sorreggano e si aiutino vicendevolmente. Si evitano piuttosto, perché amano essere soli per battersi meglio. Nascondono gelosamente anche ai più intimi e vicini le cicatrici con le quali escono segnati un po’ tutti dalle prove spietate, ed esperti della implacabilità del nostro simile, sono riservati e prudenti, da tutto ciò derivando un senso esasperato della persona, che è misura e superbia insieme, probità quasi sempre. Sono invece pateticamente nostalgici delle loro montagne spoglie, delle valli devastate, dagli sparuti declivi, dei burroni e delle sterili lande, dove soltanto la fedeltà è capace di costruire miraggi di terra promessa dell’arsura degli indigeti dispersi.» (pag. 216)

Grandi elettori

«(…) – Dimmi almeno nette e chiare le ragioni per le quali non voterai per il nostro candidato – gli chiedeva un giorno il sindaco in persona, al quale mastro De Fino era devoto e attaccatissimo.

– Non posso.

– Perché non puoi?

– Ecco… – rispose il filosofo, messo alle strette, che avvertiva quella volta di non poter facilmente trarsi d’impaccio

– Non posso, perché … Lo volete sapere assolutamente?

– Ti puoi fidare.

– Perché io sono liberale.

– Davvero? Ma lo sai che significa liberale? Se lo so! – fece il grande elettore come punto sul vivo – Liberale significa … che sono libero di votare per chi mi prenda la fantasia!» (pag. 182-183)