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Trump decide le sorti dello stabilimento FCA di Melfi

Per l’autorevole rivista Automotive News se Trump procederà con l’aumento dei dazi sull’import europeo  “per lo stabilimento FCA di Melfi sarà un colpo grave”. Infatti, con la Punto ormai a fine corsa (11 agosto 2018), l’eventuale contrazione delle vendite di Renegade e 500x getterebbe la SATA in una crisi nera come la mezzanotte. Vediamo perché.

I numeri

Nel 2017 FCA ha esportato dall’UE verso gli Stati Uniti 136.827 veicoli. Di questi 103.434 sono stati Renegade e 7.665 le 500x entrambe prodotte a Melfi. Sata nel 2017 ha prodotto in totale – tra Renegade e 500X – 277.279 veicoli. Quindi il mercato USA, al 2017, vale oltre il 40%  dell’intera produzione (modello Punto a parte) dello stabilimento lucano. Una quota importante.

Fino a maggio 2018 negli USA la Renegade si attesta su 41.906 unità vendute ( -4% rispetto all’anno precedente) mentre la 500x raggiunge quota 2.711 ( -26,4%). In Italia, invece, sta andando meglio: nei primi sei mesi del 2018 le Renegade vendute sono state 24.359 +14,7% mentre le 500x sono state 30.729 con un lusinghiero +15,6%.

Lo scenario

Fca sta predisponendo le possibili contromosse“,  afferma, dagli Stati Uniti, Robert Lee, il responsabile di Fca Powertrain. Lee non entra nei dettagli, ma è chiaro che un aumento dei dazi tra il 20 e il 25 percento per le vetture importate negli States stravolgerebbe i prezzi con la conseguente riconfigurazione delle programmazioni logistiche e produttive.  Ad oggi, negli USA, una Renegade può essere acquistata a partire da 18.445 dollari. Sempre secondo Automotive News l’incremento dei dazi varrebbe un aumento del prezzo di vendita di almeno 3.000 dollari. In pratica una Renegade costerebbe di più della sorella maggiore Compass che, prodotta in Messico, sul mercato americano si vende a partire da 21.095 dollari.

Le opzioni possibili

La questione, dunque, è delicata. Non a caso l’ad di Fiat Chrysler Automobiles, Sergio Marchionne, renderà noto solo dopo l’estate la parte del piano industriale con la mappa del futuro degli stabilimenti italiani del gruppo.

Le opzioni al momento sono due e non promettono nulla di buono. La prima, che, per tempistica e investimenti, è la più complessa: spostare le produzioni negli Stati Uniti presso stabilimenti già esistenti.  Al riparo sembrano essere i marchi premium come Alfa  – negli Usa sono da poco iniziate le vendite anche di Giulia e Stelvio –  perchè Marchionne ha sempre dichiarato che verrano prodotti solo in Italia. Certo, il manager italo-canadese ci ha abituati a repentini e inattesi cambi di direzione come quello sull’elettrico che , solo fino a qualche mese fa, era una tecnologia non conveniente. Per cui tutto può essere. Per la Renegade, invece, se è vero che negli USA sono diversi gli stabilimenti Jeep è anche vero che nessuno ha linee produttive adatte (piattaforma small wide) e pronte.

Più verosimile, sempre se si dovesse rendere necessario, potrebbe invece essere l’applicazione del cosiddetto modello Ckd (Complete knock down): le sottoparti di un veicolo vengono predisposte e aggregate in un Paese (almeno per il 70%) e poi spedite in un altro per l’assemblaggio finale. Una pratica non nuova per l’automotive. Per un periodo proprio le Renegade, da Melfi, venivano speditate  “smontate” allo stabilimento brasiliano di Pernambuco dove, poi, avveniva l’assemblaggio.

Ma Trump accetterebbe un soluzione del genere? Probabilmente sì se avesse in cambio un cospicuo incremento occupazionale che, per altro, a quel punto, sarebbe comunque necessario. E così, per lo stabilimento lucano di FCA, sarebbero dolori.