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Scale-up: le imprese che crescono in Italia e in Basilicata

Si chiamano Scale-Up e sono quelle imprese che – partendo da almeno dieci unità lavorative – riescono, per tre anni consecutivi, a crescere di almeno il 20% in termini di vendite e occupazione. Per l’OCSE sono «cruciali per il vantaggio competitivo di un paese, perché guidano la crescita economica, la creazione di posti di lavoro e la produttività di lungo periodo”. Fondamentali per la tenuta dei territori, le scale-up, sono anche i perni su cui si disegnano le moderne politiche industriali. Ormai sempre più orientate a cercare lo sviluppo costruendo e potenziando le filiere e i contesti intorno a questi “campioni del mercato».

Secondo i dati elaborati da InfoCamere in Italia sono 895 le aziende scale-up del triennio 2102-2015. Una su tre è manifatturiera e una su cinque opera nel commercio. Mentre nessuna delle 7mila startup innovative iscritte nell’apposito registro riesce a qualificarsi. E questo deve far riflettere.

A livello regionale guida la classifica la Lombardia con 190 aziende, segue, a sorpresa, la Campania con 97, poi il Veneto con 88 e il Lazio con 81. In fondo alla classifica troviamo la Sardegna e il Molise con 4 e la Valle D’Aosta con 2.

 

Interessanti anche i dati provinciali. Milano comanda con 109 scale-up seguita da Napoli con 64 e Roma 59, poi Torino con 43 e Bari con 25. Le posizioni importanti dei due capoluoghi di regione della Campania e della Puglia sono la conferma che “coltivare” le filiere importanti – in queste regioni un lavoro specifico è stato svolto per  automotive, agroindustria e aerospaziale – produce buoni frutti.

E la Basilicata?

La Basilicata resiste. Sono 11 in totale le scale-up lucane. 7 a Potenza che fa valere la sua maggiore vocazione industriale su Matera dove, invece, se ne registrano 4.

Resta, dunque, il rammarico per una politica regionale lucana che, in questi ultimi 10 anni, non ha voluto investire con convinzione ed in maniera specifica sulle filiere vocazionali e i sui campioni industriali.

Siamo, ad esempio, l’unica regione, tra quelle che ospitano grandi stabilimenti FCA, a non aver istituito modelli di confronto diretto con le imprese della filiera automotive del territorio con cui pensare le azioni da mettere in campo –  sono mancati provvedimenti mirati e specifici – per fronteggiare la crisi e, poi, per sostenere la ripresa.

Importanti anche i numeri che riguardano le reti d’impresa. La quota di scale-up che partecipano ad un contratto di rete (31 aziende su 895, pari al 35 per mille) è dieci volte superiore al valore medio del fenomeno a livello di intera economia (17mila imprese su 6 milioni, corrispondente al 3 per mille).

Ed anche qui dispiace per l’intuizione che pure Confindustria Basilicata ebbe promuovendo in Basilicata le  prime due reti d’impresa italiane nel settore automotive e oil&gas. Doveva e poteva essere un’occasione,  invece non ci sono numeri apprezzabili. Andava  sfruttata meglio ma, ormai, si sa: i contratti di rete sono un po’ come le idee, camminano sulle gambe degli imprenditori. A patto però, che nella collaborazione credano davvero.