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La quarantena nel vicinato a San Paolo Albanese

Una veduta di San Paolo Albanese

San Paolo Albanese è il più piccolo dei comuni lucani, 287 abitanti sulla carta, d’inverno anche meno con gli universitari emigrati nei grandi centri e un pendolarismo quotidiano che coinvolge le famiglie con figli in età scolare.

Il sindaco, Mosè Antonio Troiano, ha provato a sfruttare sia il senso di comunità molto radicato – centro identitario della cultura arbëreshë – sia la condizione di isolamento infrastrutturale, per trasformare la gestione dell’emergenza COVID-19 in un servizio di comunità.

«Qualche giorno fa una conoscente mi raccontava con desolazione le immagini di vuoto nelle strade di Matera. Qui ci siamo abituati, soprattutto d’inverno, lo spopolamento si fa sentire». Il paradosso è che in un momento di crisi, questa condizione potrebbe trasformarsi in un vantaggio nella strategia di argine alla diffusione dell’epidemia. Anche qui, lungo il versante lucano del monte Pollino, l’unico obbligo è: restare a casa.

il sindaco Antonio Troiano con abitanti arbereshe San Paolo Albanese«Abbiamo rivisto e adottato in chiave di necessità una vecchia tradizione, quella del “pane in prestito”». Fino agli anni Settanta la quotidianità a San Paolo Albanese era basata sul vicinato, Gjitunia in lingua arbëreshë. Per avere sempre a disposizione pane fresco, a turno, una famiglia lo preparava per tutte le altre del vicinato, lo portava a cuocere al forno in una infornata unica da distribuire. Quel pane, in prestito appunto, tornava indietro dall’infornata di un’altra famiglia. Faceva il giro, come il lievito madre.

A San Paolo Albanese, però, oggi non c’è un fornaio. «Coinvolgendo un produttore di un Comune limitrofo, abbiamo messo in piedi l’iniziativa Il forno del vicinato (Buka tek Gjitunia). Le famiglie fanno l’ordinazione e il pane arriva in paese, consegnato a scaglioni per ogni vicinato.

«Prima delle misure di sicurezza e l’obbligo di non uscire, il pane lo compravamo nei paesi vicini, spesso chiedendo a qualche parente che magari sapevamo si doveva allontanare. A volte poteva diventare una richiesta frequente e imbarazzante. Ecco, questa nuova abitudine è l’unica cosa che vorrei restasse anche dopo l’emergenza»

Il volantino dell'iniziativa Il forno di vicinato a San Paolo AlbaneseE siccome in questo periodo non è disponibile neanche l’alimentari, l’amministrazione ha organizzato un servizio di consegna a domicilio della spesa. Un volontario fa la spola tra San Paolo Albanese e la vicina Senise, raccoglie le provviste e le smista tra le abitazioni una volta tornato in paese. Ad aiutarlo, spesso, lo stesso sindaco: per la lista della spesa o la prenotazione del pane il suo numero di telefono diretto è tra quelli da contattare.

Pochi abitanti, si conoscono tutti, la maggioranza ha più di sessantacinque anni, una quindicina tra bambini e adolescenti, altrettanti gli studenti universitari.

Nel 1961 gli abitanti erano 911, vent’anni dopo circa 600.

La scuola più vicina è a Senise, la farmacia in paese è uno storico avamposto, il medico di base arriva da Terranova del Pollino, la strada che porta in Calabria non è certo comoda, una caserma dei carabinieri forestali è il presidio locale di sicurezza.

Mosè Antonio Troiano sindaco di San Paolo AlbanesePoco prima dell’avvio dell’emergenza l’amministrazione aveva provato ad avviare alcune iniziative per contrastare lo spopolamento e sfruttare il richiamo turistico di questo centro, quello che più di altri ha mantenuto intatta la lingua arbëreshë.

In cantiere ci sono un polo scolastico per l’intera valle (raccoglierà gli alunni dei Comuni dell’ex comunità Montana della Val Sarmento così da contrastare l’attuale esistenza di pluriclassi distribuite in vari centri), una casa di accoglienza per anziani e alcune strutture ricettive. Il campeggio è già funzionante, ma come il resto, per adesso ogni aspettativa di afflusso turistico va messa in pausa.

Eletto un anno fa in una civica di area PD, dopo decenni al servizio dell’amministrazione da responsabile delle aree tecnica e contabile, Troiano continua a girare ogni giorno in paese, parla, ricorda le misure, raccoglie le richieste. Un figlio, Francesco, a Siena da studente universitario («No, ho preferito, per la tutela di tutti, che non scendesse a casa») e una figlia, Federica, a Madrid per lavoro («E sì, la preoccupazione c’è, ma che vuole, è normale»).

Il clima, dice, è di preoccupazione, ma non di paura. «Speriamo passi presto, perché poi dal punto di vista economico e sociale sarà ancora più dura». Oggi l’obiettivo è fronteggiare l’emergenza, con un pensiero ai concittadini e l’altro alla famiglia. Che in un paese così minuto sono un po’ la stessa cosa.