17 novembre BasilicataShire

Renzi e la solitudine di Potenza

Oggi Renzi firma a Matera il Patto per la Basilicata.

Il premier ha accuratamente evitato il capoluogo di regione, né avrebbe avuto alcuna ragione per non farlo: non è il primo presidente del consiglio che durante il suo mandato evita Potenza.

In 20 anni non è venuto Berlusconi (andò in elicottero alla Fiat di Melfi), né Prodi, nè Letta. I soli premier a presentarsi sono stati D’Alema e il deprecato Monti, anche se in campagna elettorale.

Berlusconi si sa ha evitato accuratamente tutti i posti dove i sondaggi erano negativi per la sua truppa: e in Basilicata, votata al partito unico, la sua truppa dal 1994 ha collezionato solo sconfitte. E, quindi, non ha mai messo la faccia vicino ai vari sconfitti.

Renzi viene oggi ed evita Potenza. E’ normale che lo facesse e lo ha fatto.

Potenza non ha più peso politico: non ha governo la città, in balia di se stessa e di un’amministrazione imbarazzante che sopravvive solo perché nessuno dei consiglieri comunali che potrebbe staccare la spina ha la certezza di essere rieletto e, quindi, di salvare il soldo, non ha alcuna rilevanza negli equilibri della Regione (intesa come ente) dove non c’è nemmeno un assessore espressione della politica cittadina, nè i consiglieri residenti in città vanno al di là della testimonianza e i comunicati stampa schiacciati come sono dal pittellismo imperante e incapaci di esprimere alternativa credibile alcuna.

Non ha, ovviamente, peso alcuno negli equilibri politici del Pd perché sarà pure l’enfant prodige, ma nella sostanza Speranza esprime solo lamenti e il suo ruolo di opposizione al premier, come certificato nell’intervista a Lucia Annunziata, è solo fatto di slogan e frasi fatte. E, quindi, per l’alternativa bisognerà attendere.

Perché dunque Renzi doveva firmare a Potenza il Patto, peraltro, in quel tetrissimo palazzo che ospita la Regione, capolavoro della bruttezza potentina?

Certo avesse voluto il governatore si sarebbe firmato a Potenza, ma il governatore – come anche il suo predecessore – guarda a Potenza come la fortezza da espugnare e di cui dividersi le spoglie.

Perché Pittella come De Filippo e tanta altra parte della politica lucana guardano a Potenza come la città alla quale ci si è dovuti genuflettere, dove bisognava “bussare con i piedi”, dove si veniva accolti con sufficienza e comunque sempre tenuti lontano dalla stanza dei bottoni.

Cose tutte vere. E certificate. Certificate dalla stessa politica potentina che ripiegata su se stessa non si è accorta di quanto stava cambiando nello stesso mondo politico con l’arrivo sulla scena di nuovi protagonisti.

Solo che Potenza, non è solo o non è anche la politica. Perché, pur con molti distinguo, ha espresso per anni un ceto burocratico che ha tenuto l’intera amministrazione all’interno di binari di correttezza. Un’aria che si diffondeva anche nel resto della regione. Era un metodo.

Ora, assaltata la città, suddivise le spoglie, collocati i centurioni, quella struttura è diventata molto più debole, o almeno lo è nella parte della capacità di trasferire su tutto il sistema i valori – e la morale – che l’avevano caratterizzata.

Solo questo indebolimento spiega certo linguaggio letto nelle intercettazioni dell’inchiesta su Corleto Perticara e dintorni: in un  passato nemmeno troppo lontano non ci sarebbero state sponde per queste amare disinvolture.

Renzi farà il suo show.

Quel che resta della politica potentina bofonchierà, distinguerà, protesterà. Il suo peso diminuirà ancora.

E la sindrome di Catanzaro. Capoluogo che non conta nulla. E anche lì Renzi è andato a Reggio Calabria.