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Povertà, c’è un miracolo?

L’Istat fa sapere che la povertà relativa in Basilicata è passata dal 25% del 2015 al 21,2% del 2016! In sostanza 4 persone su cento dovrebbero aver migliorato la propria condizione.

Il rapporto sulla povertà, tuttavia, non offre informazioni disaggregate a livello regionale sulla povertà assoluta.

Cos’è la povertà assoluta e cosa è la povertà relativa? l’Istat spiega:

«L’incidenza della povertà assoluta è calcolata sulla base di una soglia corrispondente alla spesa mensile minima necessaria per acquisire un paniere di beni e servizi che, nel contesto italiano e per una famiglia con determinate caratteristiche, è considerato essenziale a uno standard di vita minimamente accettabile. Sono classificate come assolutamente povere le famiglie con una spesa mensile pari o inferiore al valore della soglia (che si differenzia per dimensione e composizione per età della famiglia, per ripartizione geografica e per tipo di comune di residenza)».

Usando sempre gli strumenti messi a disposizione dall’Istat (ed esemplificando: una sola persona, tra 18 e 59 anni che vive in un comune con meno di 50mila abitanti) la soglia per il 2016 è 554 euro.

Ed ancora:

«La stima dell’incidenza della povertà relativa (percentuale di famiglie e persone povere) viene calcolata sulla base di una soglia convenzionale (linea di povertà), che individua il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia viene definita povera in termini relativi. La soglia di povertà per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media mensile pro-capite nel Paese, e nel 2016 è risultata di 1.061,50 euro (+1,0% rispetto al valore della soglia nel 2015, quando era pari a 1.050,95 euro). Le famiglie composte da due persone che hanno una spesa mensile pari o inferiore a tale valore sono classificate come povere. Per famiglie di ampiezza diversa il valore della linea si ottiene applicando un’opportuna scala di equivalenza, che tiene conto delle economie di scala realizzabili all’aumentare del numero di componenti».

Ciò premesso – e aiutandoci con un grafico – cosa significa per la Basilicata (ma anche per quasi tutto il Mezzogiorno, ad eccezione di Campania e della sprofondata Calabria) che ci sono meno poveri relativi?

Non avendo i dati della povertà assoluta a livello regionale e considerando che l’andamento a livello nazionale è stato sostanzialmente stabile  (così come la stessa povertà relativa) si può ipotizzare che quelle 4 persone (su 100) hanno migliorato la propria condizione economica.

Probabilmente un insieme di misure hanno influito su questo positivo risultato a cominciare dai famosi 80 euro, ma anche da un generale miglioramento del clima economico.

Bankitalia ha rilevato nel rapporto 2016, per esempio, che – come si vede nel grafico – «l’occupazione è aumentata in media del 2,0 per cento (tav. a3.1); la crescita è stata maggiore sia della media nazionale sia di quella del Mezzogiorno» e «in linea con quanto registrato in Italia, a fine 2016 i livelli occupazionali sono ritornati su valori prossimi al picco pre-crisi del 2008; nel Mezzogiorno invece il divario rispetto al 2008 è rimasto ancora elevato».

La definizione dell’area di disagio è determinante per la Basilicata: non è pensabile alcuno sviluppo, alcuna crescita vera e duratura se un quarto della popolazione è a livello di sussistenza.

Certo – e questo non vuol dire assolutamente negare il fenomeno – sui dati dell’Istat si abbatte tutta l’evasione fiscale (tragedia comune a tutto il Mezzogiorno) che permette a proprietari di importanti attività commerciali di accompagnare i propri figli negli asili nido pagando la soglia minima del servizio e presentandosi la mattina a bordo di fiammanti Mercedes (naturalmente intestate alle società) – così come l’indicatore dell’Istat sulla povertà assoluta ha un valore diverso nei piccoli comuni perché – come per primo ha da tempo spiegato Luigi Campiglio (Il Costo del vivere, Il Mulino; 1996) – risulta con evidenza che vivere al Sud costa meno che vivere al Nord.

Quanta parte si può recuperare? Come si può recuperare? Con che obiettivo? Da dove si può cominciare?

Ovvio che la crescita economica e il lavoro sono decisivi, ma deve essere lavoro vero, impresa vera, produzione.

La politica dei sussidi praticata (e coralmente auspicata) ha bisogno di risorse che non ci sono, né si possono andare a cercare con la tassazione locale supplementare (strada che i riformatori lucani del centrosinistra hanno percorso con l’aumento dell’addizionale Irpef) che, peraltro, incidendo su un nucleo non grandissimo di contribuenti alla fine non risolve niente.

Ci sono terreni che la politica regionale, con un po’ di fantasia, potrebbe praticare sul terreno delle imprese con interventi automatici e indiretti, i soli erga omnes senza bisogno di mediazioni.

E senza che nessuno si debba presentare con il cappello in mano.