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A trentanove anni anni dal terremoto, in quattro sindaci

I quattro sindaci che hanno governato al città di Potenza dal terremoto del 1980 a oggi

Che di anni ne siano passati tanti – 39 per la precisione – lo si capisce da tante cose, dai volti con più rughe e più capelli bianchi di chi c’era, dall’assenza dei ragazzi che del terremoto del 1980 non hanno una chiara idea, se non per qualche racconto e qualche video che puntuali, a ogni celebrazione, devono comparire loro in timeline, forse di sfuggita alla TV.

Ancora non siamo stati capaci di trovare un modo per celebrare la memoria del terremoto perché sia adatta al futuro.

Ma nel frattempo certi incontri aiutano a chiarire dove siamo. Trentanove anni dopo – questione meridionale ancora sul piatto – i giovani se ne vanno, e la verità è che devono andarsene, nel mondo, ovunque, a capire, a scoprire.

Noi che restiamo, né figli di meno né figli di più di questa terra, dovremmo solo sforzarci di raccontare meglio ciò che accade, di dirci in faccia le cose. Ogni anno, il 23 novembre, abbiamo qualche numero in più da commentare: più turisti, meno abitanti, più treni, meno acqua, più frane, meno fabbriche.

Che di anni ne siano passati parecchi lo si capisce anche lì, al primo banco dell’aula del consiglio provinciale dove il Lions Club Potenza Host e il Circolo culturale Spaventa Filippi hanno pensato di metterli insieme per la prima volta. Quattro sindaci, quei trentanove anni, li hanno coperti, ciascuno con la propria verità.

Gaetano Fierro, per tutti Tanino, indossava la fascia quando la terrà tremò e negli anni successivi (1980-1990 e 1999-2004). Accanto gli è seduto Dario De Luca (2014-2019), sindaco negli anni più recenti, in una Potenza piegata dalla crisi economica, e forse anche di più dalla crisi della politica, sindaco delle normalizzazione.  Un passo più in là c’è Vito Santarsiero (2004-2014), sindaco delle grandi opere e del deficit perenne.  Entrambi ingegneri, braccia conserte, separati dal posto vuoto – che sembra quasi provvidenziale – lasciato da Mario Guarente, fresco di elezione. Arriva poco dopo, a completare la squadra, seduti e isolati ciascuno nel proprio pensiero, nel bisogno di dare una risposta. Il gelo si sente, neanche si scambiano una parola, solo formali cenni di saluto. Quel banco deve pesare a tutti loro come un macigno. Chiunque tra il pubblico in sala ha in tasca un giudizio da spendere, qualcosa da recriminare. Quale cittadino non ne ha?

Convegno sui dati Svimez a Potenza in occasione dell'anniversario del terremoto 1980L’occasione è il rapporto Svimez 2019. A intervistare il presidente Adriano Giannola c’era il giornalista Gianni Molinari, insieme al collega Erberto Stolfi.

Chi vive da Napoli in giù gli effetti della legge 219/81 li conosce bene: delle fabbriche impiantate per risollevare l’economia sono rimasti parecchi capannoni dismessi, le aree industriali sono vuoti a perdere. Certo, senza quella legge non avremmo avuto l’arrivo di Barilla e Ferrero: il biscotto hitech alla Nutella oggi si fa tra i macchinari di Balvano, messi lì dopo il sisma. Allora, presidente, come rendiamo tutta l’industria del Mezzogiorno ugualmente protagonista?

I tempi, sono i tempi a rimettere in moto il Paese. Aiuterebbe costruire una ferrovia in un anno.

Difficile essere i sindaci del post terremoto, se il post terremoto non è ancora finito.

Fu difficile essere sindaco con un solo mese di incarico sulle spalle, migliaia di sfollati e l’inverno più rigido di sempre. «Ma qualcosa di buono è stato fatto, negarlo è un’ipocrisia», ha sottolineato Fierro. Erano tempi in cui i vertici istituzionali avevano autonomia di giudizio e d’azione. Zamberletti, commissario straordinario per l’emergenza, prese un foglio di carta comune e vi scrisse sopra, a penna, senza troppi formalismi: assegno alla città di Potenza 5 miliardi di lire. Nel dramma, quella fu anche un’opportunità di sviluppo: università, teatro, conservatorio, museo, impianti sportivi. «E Bucaletto, il quartiere dei prefabbricati per i nuovi senzatetto, fu il fiore all’occhiello della gestione dell’emergenza.»

Certo, il punto è come poi si chiude la fase di emergenza. Bucaletto negli anni ha raccolto sempre meno terremotati e sempre più emergenza sociale, spesso sul filo della legalità.

«L’altra risposta positiva fu l’ufficio ricostruzione», fa eco Santarsiero. Che sulla legge 219 ha fatto notare il dislivello nell’applicazione: gli articoli 9 e 10 di quella legge, in capo al livello locale, non generarono sprechi. «Erano i fondi destinati alle case dei cittadini, i primi a volere che la ricostruzione fosse solida e veloce.» Lo Stato gestì i fondi dell’articolo 32, «in modo clientelare»; anni dopo sarebbero stati svelati scandali finanziari e corruttele di vasta portata. «Ogni volta che la politica ha costruito norme che guardavano allo sviluppo locale, l’Italia è cresciuta.»

E allora perché a Potenza non è successo? Perché la città è in declino? Il centro storico è deserto, i giovani vanno via, non c’è crescita.

«Il centro di Potenza – ha spiegato De Luca sul punto – non era il luogo della borghesia, ma uno spazio in cui convivevano varie classi sociali. Dopo il terremoto, anche per alcune speculazioni, il ceto più povero si è spostato negli alloggi popolari costruiti in periferia. Il centro ha cambiato identità, a prevalente trazione commerciale». In piena crisi economica e con la diffusione della grande distribuzione, il cuore della città si è piegato.

Va detto che le cose potrebbero cambiare, e non è detto sia solo una questione di fondi. «La macchina burocratica – ha concluso De Luca – è troppo debole, sguarnita e spesso impreparata a gestire nuovi strumenti finanziari.»

La prospettiva è nella mani di Guarente, 35 anni e in carica da meno di sei mesi. «Non mi basta pensare a Potenza come città di servizi, il capoluogo sanitario e degli uffici amministrativi. Perché non farne la città della produzione cinematografica o della ricerca in agricoltura? Perché non farne la città snodo, magari con Tito, per lo smistamento delle merci nel Sud, affidando all’area Taranto-Gioia Tauro il ruolo di hub commerciale per il Mezzogiorno?.»

Il riscatto, a tirare le somme, è tutta una questione politica, è un’inversione di rotta.

 

[I materiali del rapporto SVIMEZ 2019 sono a questo link.]