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Potenza, la città specchio che non vuol essere finestra

di Sergio Ragone

Hai presente quella curva? Esattamente, proprio quella che, quando la fai, ti fa sentire a casa. Ecco, quella non è solo una curva della Basentana, ma è una curva delle emozioni e della memoria.

Emozioni e memoria, ma che bella combinazione per qualsiasi animo umano!
Anche i meno poetici ne sono avezzi, anche i più cupi ed i più cinici non possono fare a meno di confrontarsi, in diversa misura, con questi due sentimenti.

Quella curva, una volta affrontata, porta all’uscita dall’Autostrada e verso casa.
L’ingresso in città,  però, è proprio la negazione più feroce del mix sentimental-melodico che l’animo di ogni potentino, di nascita o di adozione, proprio non merita.

C’è forse sintesi migliore per voler provare a descrivere cosa voglia dire essere potentini?
Si, c’è e l’intenzione di questo intervento è proprio quello di ricercare, assieme, metafore e metriche di descrizione di un così forte contrasto.
Soluzioni? Magari, ma non sono così ambizioso.

Qualche anno fa (sic!), un caro amico giornalista del Riformista, oggi colonna del Fatto Quotidiano, in trasferta a Potenza per motivi di lavoro, a cena mi chiese:”Sergioli’ ma questa città, com’è secondo te?”. Posai il cucchiaio, con il quale stavo mangiando una ottima zuppa di legumi di Trivigno, feci un sorso di vino, Aglianico  obviously, diedi un respiro non lungo e risposi così: “Fabri’, Potenza è timida e riservata, come una qualsiasi signora della borghesia di provincia a cui il passare del tempo ha tolto la gioventù ma non il titolo. E’ una città che, a dispetto della credenza popolare, non ama apparire, anzi.”

Fossimo stati più ambiziosi, più vanitosi, e quindi più appariscenti, probabilmente oggi la nostra intera comunità si gioverebbe di una maggiore considerazione, non solo mediatica, in ambito nazionale ed internazionale. Ed invece no, abbiamo deciso che ci bastava quello che eravamo e che ci basta quello che siamo. Popolo mite, timido, riservato, timoroso del diverso e del nuovo. Siamo così, imho.

Ed è proprio questo quello che più mi fa pensare, con non poca preoccupazione, a quale sia oggi il tratto identitario più forte della nostra comunità.
Perchè la città più grande della Basilicata si è chiusa in sé e non si è contaminata, completamente, con l’altro da sé. Chiusa nelle sue porte, con questa sua dimensione tutta in salita (metafora straordinaria del senso di appartenenza a questa comunità), Potenza ha sempre saputo tenersi ben distante dal “nuovo”, preferendo sempre quello che certa opinione pubblica chiama il “rinnovamento nella continuità”.

Che è un po’ come quel “ghiaccio bollente” di Tony Dallara, che generava confusione e smarrimento. Un ossimoro che, in quanto tale, non ha senso eppure esiste.

E allora, perchè nell’era della modernità accessibile soffriamo ancora svantaggi competitivi?

Non si dica che è tutta colpa della politica, vi prego basta con questo populismo, perchè pare proprio che non sia solo la politica, di questi tempi così debole e così fragile, a determinare le fasi della vita democratica e dello sviluppo di una città.  Nella città delle tante associazioni, con un protagonismo spinto di una cerchia di attivisti più o meno noti, in cui l’impegno civile gronda da ogni suo quartiere e profilo social, qual è il vero punto di debolezza che non permette di, mi si perdoni lo slogan, cambiare verso? A saperlo sarebbe tutto più semplice, scoprirlo è invece quello che più servirebbe per capire come siamo arrivati ad essere così.

Tante piccole realtà, spesso autoreferenziali, popolano le città.
Potenza non ne è esente, anzi la città specchio che non vuol essere finestra, per timore di guardare altrove, vive e respira nelle repliche continue di ogni forma di proposta per generare visrtuosamente collettività. Da quella culturale, al divertimento e fino alle offerte commerciali, non siamo in grado di proporre altro che copie di noi stessi e dei nostri mille riassunti. E l’Innovazione, continuiamo a predicarla e a chiederla agli altri. Obviously.

Italo Calvino sosteneva che “ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone”. Qual è il nostro? Contro quale deserto vogliamo opporci? E come vogliamo farlo? Senza buttarla in politica da social media, populista e nemmeno popolare, pensiamo prima di tutto a quale piccolo deserto abbiamo più vicino a noi e preoccupiamoci concretamente di come trasformarlo in oasi. Ognuno come può, ognuno se può, ma con entusiasmo e senza paura di scoprirci diversi, e forse, migliori dell’immagine che abbiamo dipinto e raccontato di noi stessi e della nostra città.

@sergioragone