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Moliterno, tremila forme e 100 quintali: il canestrato che non c’è

E’ l’unico formaggio IGP in Italia, una prelibatezza. L’orgoglio dei cittadini che si fregiano di provenire da Moliterno. Ma quanto “Canestrato di Moliterno” si produce ogni anno? Quanto ne finisce sulle tavole dei lucani? Quanto ancora sui banchetti d’Italia e d’Europa? Poco, molto poco.

Nel 2015 la produzione si è fermata a 3mila forme, circa 100 quintali (il paragone è impietoso, ma di Parmigiano Reggiano se ne producono più di tre milioni di forme all’anno!!).

E il resto? E’ pecorino. Buono, nobile, gustoso. Ma pecorino dal nome “Moliterno”, non “Canestrato di Moliterno”. Perché è qui che nasce il grande equivoco e che la questione si fa complessa, coinvolgendo gli attori di una filiera che “fugge” dal percorso finalizzato all’ottenimento del marchio e preferisce la produzione, industriale o casalinga che sia, fuori dalle regole imposte dal Disciplinare di produzione.

La storia parte da lontano. Il nome stesso del paese simbolo di questa storia pare derivi da “mulcternum” che significa “luogo dove si fa il latte”, cioè dove si munge l’armento e si coagula il latte, ovvero la cascina.

Di tutela del prodotto si parla per la prima volta in un accordo trilaterale Francia-Germania- Italia dei primi del Novecento. Ma si comincia a ragionare in termini economici, al di là delle singole produzioni pressoché domestiche, nel 2001 con la costituzione del Consorzio per la Tutela del Pecorino Canestrato di Moliterno, promosso da 26 aziende e da alcuni enti territoriali, tra cui il Comune di Moliterno. Obiettivo: ridare vitalità al settore di produzione e contrastare l’ingerenza di produttori esterni che ostacolano il riconoscimento della certificazione IGP. La Central (15 milioni di litri di latte trasformato all’anno) e l’Auricchio (140 anni di storia e un successo planetario con il Provolone), sostenevano infatti di produrre un formaggio pecorino utilizzando il nome di Moliterno, malgrado fosse totalmente assente il legame con il territorio che ne identifica la denominazione.

La disputa del “piccolo” consorzio contro due autentici giganti del settore caseario, si chiude il 21 luglio 2005 con un decreto ministeriale che sancisce il riconoscimento della Protezione Provvisoria Nazionale dell’Indicazione Geografica Protetta “Canestrato di Moliterno”. Una vittoria che è l’anticamera del vero e proprio riconoscimento IGP ottenuto il 30 marzo 2010. Il marchio porta con sé regole scritte ben precise: il latte destinato alla produzione del “Canestrato di Moliterno” deve provenire da ovini e caprini di aziende agricole ubicate in 59 comuni tra le province di Potenza e Matera; in questi stessi comuni deve avvenire la produzione, mentre la stagionatura deve avvenire solo ed esclusivamente nel territorio del comune di Moliterno, nei tradizionali “fondaci” in quanto “il regime climatico del comune di Moliterno è determinante nella dinamica del ciclo di stagionatura”.

A questo punto ci si immagina un’ascesa esponenziale di quantitativi prodotti e relativi fatturati.

E invece no, non racconteremo questa storia.

Perché la realtà parla di un Disciplinare troppo rigido che frena la produzione; di un settore, quello dell’allevamento, costretto spalle al muro da un ricambio generazionale che non c’è; di caseificatori che preferiscono fare le cose “in casa”; di stagionatori che coltivano un orticello remunerativo ma senza slancio verso nuovi mercati; di un consorzio che ha conosciuto anni di totale misconoscenza e che oggi conta 9 aziende iscritte.

Marketing? Neanche a parlarne. Non esiste un sito internet dedicato al prodotto certificato, non un profilo ufficiale sui maggiori social network. Si naviga a vista. E si segue la notorietà del nome (allora Centrale e Auricchio non hanno poi così nuociuto alla sopravvivenza stessa del prodotto sui mercati!).

Eppure siamo in Val d’Agri, c’è il petrolio e ci sono le tanto amate/odiate royalties. Il Programma Operativo Val d’Agri decide che è tempo di puntare sui prodotti d’eccellenza del territorio e a gennaio del 2010 stanzia 2.9 milioni di euro. Niente, neanche i tanto agognati “petrodollari” riescono a dare nuovo impulso alla produzione. Perché ad oggi, nel 2016, di quei 2,9 milioni di euro, pochi spiccioli sono stati spesi nella direzione auspicata.

Il macro-intervento, un bando regionale da 900mila euro sulla micro filiera, viene pubblicato e misteriosamente annullato dalla stessa Regione Basilicata: a uno degli assessori e relativi direttori generali in alternanza a via Verrastro, deve essere andato di traverso il pecorino, quindi quei soldi meglio spostarli su altre poste in gioco. Resta circa un milione e mezzo di euro affidato al Comune di Moliterno. Che decide di impiegare 900mila euro per la costruzione ex novo di un fondaco consortile al servizio di tutti gli stagionatori, 300mila euro per la realizzazione di uno show room promozionale (sì, proprio uno show room!!) con tanto di supporti multimediali, nello storico Palazzo Parisi che ospita anche un antico fondaco al centro del paese, e altri 300mila euro per la realizzazione di opere rurali (acquedotto) al servizio di aziende coinvolte nella filiera del Canestrato.

Tutte opere ancora in fase di progettazione, a sei anni dallo stanziamento dei fondi.

Ma chi deve produrre, stagionare e commercializzare questo prodotto, è stato coinvolto in queste scelte?

Se con l’attuale disponibilità di spazio nei fondaci di proprietà dei soli tre stagionatori di Moliterno iscritti al Consorzio si riuscirebbero a “sistemare” 10mila forme all’anno, ha senso spendere quasi un milione di euro per una struttura come un fondaco consortile di fatto inutile? Ha senso creare uno show room, ovvero una vetrina promozionale, per un prodotto che non c’è? Quali azioni di promozione si possono intraprendere in questo scenario?

Interrogativi che si fermano di fronte a un dato: 3mila forme prodotte nel 2015. E per il 2016 si pensa di non riuscire neanche a raggiungere il traguardo minimo dei 100 quintali.

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