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Un maestro di Tolve nei campi di concentramento

La croce al merito di guerra di Vincenzo Saponaro

Vincenzo Saponara, che è stato maestro nella scuola elementare per oltre quarant’anni, ha passato una vita a spiegare agli alunni che la guerra è una cosa brutta, e il dopo lo è ancora di più. «Non ha mai risolto i problemi delle persone.» Una verità semplice.

Ma per spiegarla bene, a modo suo, ha atteso il 27 gennaio 2000, quando dalla televisione seppe dell’istituzione della Giornata della memoria e decise che avrebbe fatto la sua parte. «E così ho cominciato a raccontare», dice.

«Sono uno dei seicentomila Italiani deportati in Germania nel 1943. Non ho mai voluto scrivere un diario dei miei ricordi della prigionia perché troppo traumatizzanti, dolorosi. Sono stati anni di incubo nelle notti insonni, e nei sogni che ancor oggi, dopo oltre settant’anni, sono ricorrenti.»

Classe 1922, insegnante per vocazione – «badi, so bene di essere stato un maestro severissimo, ma ho cercato di essere giusto» – e per concorso, ha raccontato la propria storia e quella dei suoi compagni di deportazione nelle scuole della sua Tolve e in molte altre della Basilicata che lo hanno cercato. «Ora mi sposto con meno facilità». Ma non demorde. Accoglie a casa chiunque abbia voglia di ascoltare e, soprattutto, tramandare ad altri. «Memoria è questo, capire, non smettere di voler sapere.»

Nel 2009 ha messo tutto in un diario, perché restasse traccia, soprattutto per i ragazzi. Dietro il recinto di filo spinato. Da Moosburg a Freising: ricordi di un maestro lucano dai campi di concentramento, edito da Osanna Edizioni, è il racconto della prigionia, dei lavori forzati, delle angherie tedesche e della scoperta, una volta liberati, che a pochi chilometri «succedeva di peggio, l’inenarrabile».

Erano liberi da alcune settimane, con Antonio e Marcello; affittarono una macchina dalle parti del fiume Isar. «Arrivati lì, non ci fecero entrare nel campo di Dachau, ma poi vidi, capii: non erano più persone, annientati».

Fu arruolato nel febbraio 1943 nei pressi di Imperia, la cattura il 16 settembre del 1943 nei pressi di Alessandria.

«Ci caricarono su un treno viaggiatori, guardati a vista dai soldati tedeschi armati. Poi passammo sui carri bestiame, in quaranta per ogni vagone, senza cibo né acqua, e un angolino per i bisogni, a turno in un bidone. A Moosburg siamo arrivati di sera, per fortuna pioveva e riuscimmo a bere aprendo la bocca. Ma quella fu l’unica volta che apprezzai la pioggia in Germania. Imparai subito che sarebbe diventata una presenza quotidiana, sottile e fastidiosa, entrava nei vestiti, nella pelle, sempre.»

L’ingresso nel campo è un rito procedurale, durante il quale Vincenzo e i compagni del gruppo sperimentano la possibilità che altri abbiano diritti sul proprio corpo, sulle loro abitudini semplici, sul proprio tempo di cui non saranno più padroni.

«Ero diventato il numero 115762, centoquindicimilasettecentosessantadue.»

Fu spedito con altri 59 italiani a Freising, una cittadina poco distante da Monaco, dove furono impiegati come ferrovieri.

Eins – zwei, uno – due, su il piccone – giù il piccone. Frustino in caso di pausa non concessa, proiettile in caso di fuga, direzione Dachau in caso di ribellione. Tornato a Tolve due anni dopo, nel luglio 1945, aveva perso trenta chili.

Vincenzo Saponara

«Cominciavamo alle sette del mattino, terminavamo alle sei della sera. A pranzo la gavetta conteneva zuppa di cavoli e barbabietole. Per cena, 20 grammi di margarina e le patate bollite, che mangiavamo con la buccia, naturalmente, per non perdere nulla. E poi le ortiche. C’erano campi sterminati di ortiche oltre il filo spinato.»

Almeno – lo specifica con dolore, consapevole di quello che avrebbe scoperto succedeva poco oltre nei campi di sterminio – nello stanzone in cui dormivamo c’era una piccola stufa: durante il lavoro rubavano residui di mattonelle di carbone, giù ai binari, infilando il bottino nei pantaloni.

«È stata la nostra salvezza. La stufa, e aver cominciato a parlare tra noi, piano piano, dopo le prime settimane di silenzio assoluto. Del resto, che c’era da dire? A un certo punto smisi persino di sognare. A un certo punto, poi, cominciammo tra noi a raccontarci, a ricordaci a vicenda pezzi di vita, città, fidanzate, amici, episodi. Ci tenevamo vivi.»

La libertà arrivò il 30 aprile 1945.

«Gli americani ci concessero tre giorni di carta bianca, cioè di libertà assoluta. I russi si dettero ad atti vandalici e di violenza. Sapesse cosa ho visto fare alle donne. Ma noi italiani, no, davvero, ci limitammo a fare razzia di generi alimentari: accumulammo cibo per un reggimento.»

«La verità è che ho visto cose atroci in quei giorni. La guerra non era finita.»

E poi? «Eravamo liberi, ma ci sentivamo vecchi di secoli, oppressi da due anni di ricordi dolorosi, svuotati, inermi.»

Nel 2000 la Repubblica Federale Tedesca approvò la legge per gli indennizzi a favore di coloro che furono internati nei campi di concentramento nazisti e lavori forzati e schiavitù.  Vincenzo Saponara fece richiesta, con altri compagni del suo gruppo, quelli ancora in vita. Il 21 novembre 2002 la risposta: non hanno avuto diritto all’indennizzo perché considerati prigionieri di guerra. «Che paradosso vedersi riconosciuti la condizione di prigionieri di guerra che avevamo chiesto una volta catturati e che allora non ci venne concessa. All’epoca ci costrinsero per questo al lavoro forzato, ora non avevamo diritto al risarcimento.»

Continua a raccontare, incontra, spiega, e sorride, sorride parecchio. «Spero che mi abbiano letto almeno i miei cinque nipoti.»