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Lo street food, il file rouge dei prodotti del territorio

I Potentini amano passeggiare in via Pretoria.

Passeggiano per il gusto di passeggiare, non per fare shopping o per fare particolari attività… per fare due passi.

La passeggiata del potentino di via Pretoria è definibile “meditativa”: il nostro personaggio si ferma per riflettere su qualche questione, guarda negli occhi gli amici di passeggiata e poi prosegue.

Nessuno, però, mangia mentre passeggia. A Napoli non si nega a nessuno un bel sacchetto di zeppole e panzerotti o una pizza piegata in quattro (a tal proposito le zeppole non sono quelle dolci dette zeppole di San Giuseppe, ma pasta cresciuta fritta e i panzerotti non sono, come in Basilicata, i ripieni di prosciutto e formaggio, ma le crocchette di patate).

Ci starebbe bene a via Pretoria un chioschetto che prepara panini con la soppressata e le melanzane di Rotonda oppure baccalà fritto con i peperoni cruschi?

Quando si discute di nascite di nuove imprese, si nota spesso negli interlocutori la tendenza alla teoria dell’occupazione degli spazi vuoti.

“Potremmo immaginare di fare/vendere questo prodotto perché non c’è/perché nessuna lo vende”. E’ una teoria pericolosa, perché non sempre c’è bisogno di quello che manca.

Ma riprendendo questo “gioco”, in Basilicata, una delle “cose che non c’è”, al di là delle numerose sagre estive, è il cosiddetto “street food”.

Il rapporto 2013 dell’Ismea e della Fondazione Qualivita evidenzia come “un elemento di novità, legato alla difficile congiuntura che stiamo vivendo l’esplosione dello street food. Lungo la Penisola ci sono 40mila tra chioschetti fissi, itineranti e bar che riaffermano il fil rouge dei prodotti legati al territorio” (da L’Impresa n. 1/2014).

Eppure potrebbe rendere più allegre le nostre strade, aiutare le conversazioni durante la passeggiate e forse anche favorire il mantenimento delle nostre tradizioni culinarie.