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In Basilicata come “Tafazzi” per l’ospedale da campo

“E’ un ospedale da campo top del mercato. Versione luxury. Non un tendone ma un piccolo tesoro”. Con queste parole il Presidente Luca Zaia – impettito come un piccione sul balcone – ha annunciato la decisione del Ministero della Salute di attribuire al suo Veneto il primo dei due ospedali da campo donati dal Qatar. Il gemello di quello destinato alla Basilicata. Anche se, da noi, la stessa notizia, è stata accolta senza entusiasmo né letizia. Anzi, diversi politici nostrani  – di tutti gli schieramenti e posizioni – insieme alle loro affezionate prefiche hanno subito acceso le fiaccole della paura e avviato le consuete tarante disperate. Alcuni hanno pronosticato l’esplosione certa di un focolaio del virus e altri addirittura l’invasione dei nuovi mori. Ma perché quello che il mondo chiama “ospedale top”  molti lucani chiamano “lazzaretto”?

Secondo Zaia questo ospedale: ”Vale diversi milioni di euro. E’ una struttura con 500 posti fornita di tutto: letti, cablaggi e montaggio”. In effetti gli ospedali mobili sono un obiettivo di molte regioni. La Campania e la Lombardia ne hanno realizzati 3 ciascuno, mentre il Piemonte e l’Emilia Romagna 1. Tutti con investimenti di milioni di euro. Mentre le altre, come la Puglia, lamentano di non averne. Per l’utilizzo, invece, ancora Zaia dice: “Vogliamo metterlo vicino a un ospedale, in ottica Covid, visto che è possibile un’ondata in autunno e poi, dopo, avremo un piccolo tesoro nel caso di un terremoto o alluvione”. E in Basilicata? Da subito servirà a garantire il pieno ritorno alla normalità dei nostri ospedali. Cioè a curare al meglio e in sicurezza tutte le altre patologie senza rischiosi percorsi speciali o pericolose commistioni. Poi, passata la tempesta, resterà a disposizione della comunità.

Quindi meglio averlo. E’ un vantaggio senza controindicazioni. Infatti, non a caso, è stato destinato proprio alla regione del Ministro della Salute, Roberto Speranza. Anche per questo risulta difficile spiegare tanta avversione. O forse è proprio per questo. Per una strategia politica di parte. Di difesa ad oltranza del proprio campo. Eppure un tempo la politica nostrana aveva un’etica diversa. Anche nella battaglia riconosceva il valore dell’interesse comune e di chi lo realizzava. Adesso invece è solo tifo. È cieca, ottusa e diffusa appartenenza militare ad una parte. E questo atteggiamento, tra esaltazione social e maglie strette delle filiere del consenso, sta diventando la cifra della nostra comunità. Sembriamo tanti “Tafazzi” – il noto personaggio del trio comico “Aldo, Giovanni e Giacomo” – che saltellava atteggiandosi, fiero e allegro, mentre si martoriava i genitali percuotendoli a ripetizione con una bottiglia. Abbiamo la stessa posa fiera e condotta masochista ma senza sorrisi. Perché anche in questo siamo unici: ci facciamo del male da soli ma dobbiamo sempre e comunque pure lamentarci.