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Gli orfani della Cassa per il Mezzogiorno e le risposte mai date

Ho felicemente salutato la scomparsa del ministero per la Coesione territoriale, il cui nome, tanto indigesto, era da pronunciare lontano dai pasti. Con altrettanta felicità ho salutato il mancato accoglimento del desiderio dei vari guru della Rete (maiuscola in senso di deferenza!) di un ministro per il digitale (l’economia digitale, l’innovazione o simil dicendo) sull’esempio francese di M.me Fleur Pellerin che i media italiani più che per l’economia digitale hanno notato per una vertiginosa minigonna a un consiglio dei ministri (tanto per la precisione il ministero di Mme Pellerin è un po’ più vasto ed è un mezzo pastrocchio come solo i socialisti francesi sono abili a fare).

L’idea che si debba confinare il tema della crescita delle aree meno sviluppate, dell’innovazione, della tecnologia o dell’economia digitale nel recinto di un ministero magari accontenterà pure il pubblico degli aficionados che avranno il loro ometto di riferimento al quale invitare inviti a convegni, con il quale dibattere e scontrarsi ma è del tutto inutile ai fini operativi come tristemente l’esperienza e i risultati degli ultimi anni dimostrano.

O i temi sono trasversali in tutte le politiche del Paese o restano nel recinto delle buone intenzioni, tra ostacoli burocratici, soldi che non ci sono e non si trovano, interpretazioni normative. Magari salvano la coscienza dei singoli, ma restano buone intenzioni.

La scomparsa del ministero per la Coesione territoriale sarebbe giustificata dalla sola lettura della relazione sulle attività svolte e azioni in corso” del ministro Carlo Trigilia, un sociologo, come si dice ora, prestato alla politica, autore nel 1992 di un libro “Sviluppo senza autonomia” (Il Mulino, pagg.200) molto interessante e con una lettura coraggiosa e non convenzionale dei fatti del Sud e che insieme a un piccolo gruppo di intellettuali meridionali, non collegati tra loro, dette vita a una stagione di analisi della condizione del Mezzogiorno completamente diversa dalla corrente del meridionalismo “becero e piagnone” che ha caratterizzato e ahimè continua a caratterizzare l’accademia.

Ma il tempo è ovviamente passato e la cupezza degli uffici romani deve avere avuto il peso preponderante su questa relazione che rappresenta la sintesi più del lavoro della struttura burocratica che delle intuizioni politiche di un ministro se a pag. 28 è scritto che “Un rilancio dell’azione di governo sullo sviluppo complessivo non può trascurare l’obiettivo di affrontare in modo innovativo il tema antico del Mezzogiorno, che è strettamente legato alla ripresa di tutto il paese. In questa prospettiva tale obiettivo va perseguito non solo con il governo dei Fondi europei, ma anche con l’intervento ordinario e con politiche non di tipo esclusivamente finanziario. In questa prospettiva sono state intraprese alcune iniziative che richiedono di essere completate nei prossimi mesi” con la chiusa finale che è la saga delle ovvietà “Nel complesso si conferma quindi la necessità dell’impegno specifico del Governo sul tema della coesione territoriale che permetta di completare le attività in corso o programmate e dia adeguata rilevanza al problema del Mezzogiorno come grande questione nazionale”.

Questa è la dimostrazione plastica dell’inutilità del ministero del Mezzogiorno.

Eppure proprio intorno al ministero per la Coesione territoriale ha ripreso vigore quella corrente di meridionalisti piagnoni che assegna al Nord il ruolo di espropriatore dello sviluppo del Sud ma che nello stesso tempo ha fornito e fornisce la base ideologica a quella politica che del Sud ha interpretato le tendenze assistenzialistiche peggiori, marginalizzando e costringendo spesso all’emigrazione le intelligenze migliori, più vivaci per questo certamente non allineate.

Sono i professori che ottenute le cattedre universitarie, poi graziosamente hanno prestato e prestano i loro nomi per le più spericolate operazioni politiche ed economiche.

E non imbarazza questo ceto intellettuale nemmeno rileggere a righi alterni alcune pagine di storia economica per raccontare la favoletta del Regno delle Due Sicilie industrialmente progredito e poi azzerato dall’Unità. Ovviamente le industrie c’erano, la vivacità c’era in alcuni limitati luoghi. Ma nei righi saltati c’è scritto che quell’industria era tenuta invita da dazi e barriere doganali. Poi ovviamente è anche vero che i Piemontesi hanno fatto di tutto per favorire il loro ceto industriale. Peccato che a quegli imprenditori ci si è continuato a rivolgere con il cappello in meno per ottenere delocalizzazioni poi sparite sotto i colpi dei maggiori costi nel confronto con la competizione globale.

Quante fabbriche nelle cui insegne è incluso il suffisso Sud hanno i cancelli chiusi nelle aree industriali?

Forse dopo 160 anni si dovrebbe ricorrere ad altre categorie per spiegare il divario.