17 novembre BasilicataShire

La diplomazia dei “puparuli cruschi”

Non me ne vorrà Antonio Papaleo se rivelo il contenuto di una nostra conversazione avvenuta diverso tempo fa. Ma quella conversazione meglio di ogni altra cosa – a mio parere, ovviamente – può spiegare lo stato della nostra terra.

Mi raccontò Papaleo – all’epoca segretario della Cisl del potentino – che dovendosi da ragazzo presentare a un notabile a Roma in cerca di lavoro gli fu “consigliato” di portare un po’ di prodotti “paisan’ “.

Consiglio – mi disse Papaleo – che lo infastidiva perché partiva dall’idea che venendo da una terra povera e anche di poco peso specifico, per farsi a mala pena ascoltare si dovesse prima riempire la pancia degli interlocutori.

L’acume lauriota aiutò: una confezione di salame partì per la Capitale ma era simil-Citterio a cui era stata tolta la caratteristica patina bianca passando uno straccio inzuppato d’olio.

Il salame fu bene accetto, anche se non so il finale della storia.

Un altro episodio che mi riguarda direttamente.

Metà dicembre 1980. Il terremoto ci aveva piagato, non capivamo ancora quanto ci avesse piegato e quando avrebbe pesato sulle nostre esistenze.

Tra una scossa di assestamento e l’altra, con le scuole chiuse, e lo smarrimento generale, una mattina di buon ora con mio padre partimmo alla volta di Bari.

Papà era dipendente dell’Ente Autonomo Acquedotto Pugliese (Eaap), aveva vissuto, ragazzo, la guerra e veniva da una famiglia modesta attraversata dall’immigrazione, dalla prima guerra mondiale, dalle ristrettezze della durissima condizione agricola.

Parlava poco, a differenza mia.

Era usanza, illo tempore, portare ai massimi dirigenti dell’Acquedotto Pugliese un omaggio a Natale e Pasqua.

E anche il Natale del terremoto – che è quello più triste che io ricordi con la città buia, l’odore della morte nell’aria, la devastazione, la sospensione dei nostri ritmi e l’annullamento dei nostri luoghi di ragazzi, giacché era tutto una transenna – non fece eccezione.

Ricordo nitidamente la sosta in un bar a Palo del Colle dopo aver consegnato salame, capretto e fagioli di Sarconi alla domestica di uno dei più alti dirigenti dell’Ente.

Mi ricordo le luci, gli alberi di Natale, l’atmosfera di festa. E pure la notevole pizza barese!

“E perché devi portare pure quest’anno con quello che abbiamo passato?”, gli chiesi. ” Si fa così”. Tagliò corto.

E si faceva così e non per avere qualcosa in cambio (giacché all’onest’uomo fu negata appena qualche mese dopo una promozione automatica mentre stava in un letto di ospedale, più di là che di qua, dopo un complicato intervento chirurgico. Promozione riconosciutagli – ormai nella tomba – dalla giustizia amministrativa 20 anni dopo!).

La Basilicata di inizi anni ’80 era ancora la Basilicata che doveva bussare con i piedi per avere titolo di parola.

Bisogna riconoscere che il terremoto, paradossalmente, offrendoci una ribalta mediatica, politica e anche molto affarizia ha contribuito non poco a cambiare questa condizione.

Tutto questo prologo, perché?

Perché la lettera scritta a Matteo Renzi dal consigliere regionale della Basilicata Luigi Bradascio presidente del monogruppo Pittella Presidente per il contenuto “pietistico” e per i toni usati ci riporta al tempo della Basilicata che bussava con i piedi.

Ai tempi dei notabili, del dito alzato in attesa di avere la parola.

I lucani si stanno dilaniando nella discussione sul petrolio. Perché è la discussione sul loro futuro.

Ci sono posizioni sagge (poche), tribuni del popolo (sempre tanti in cerca d’autore), ignoranza (infinita): ma tutti discutono, si accapigliano, pure eccessivamente.

Ma discutono.

Che senso ha scrivere al presidente del Consiglio “come te vado a Messa tutte le domeniche, non tirare la corda, trova un accordo”?

Oppure, in un crescendo rossiniano, “Il nostro Presidente non vuole litigare con te, credimi, anche lui ti vuole bene, è un uomo paziente, uno che vorrebbe evitare di considerare le estrazioni petrolifere come una maledizione”.

E la chiosa finale. “Noi ti vogliamo bene, apprezziamo il tuo decisionismo e piuttosto che scendere in piazza contro il tuo governo, preferiamo invitarti a mangiare il baccalà con i peperoni cruschi ed a bere un bicchiere di Aglianico”.

Noi non dovremmo, nell’agone pubblico, volere bene a nessuno, perché il “bene, l’affetto, l’amore” non sono valori che determinano i rapporti nella politica. 

Almeno nella politica matura. Lo sono della politica medievale..

Noi dobbiamo rispettare ed essere rispettati. Partendo da questo si affrontano le discussioni, anche quella sul petrolio.

L’era dei puparuli cruschi, della “sauzizza di Cancellara” e dei fagioli di Sarconi con cui abbiamo ingrassato notabili o presunti tali è finita.

Se ne accorga anche il presidente del monogruppo “Pittella presidente”.

 

 

 

Ps: postilla numerica (non dimentica BasilicataPost e non dimenticano gli erranti le loro manie pitagoriche).

In Basilicata non si estraggono “un paia di centinaia di migliaia di barili al giorno” – come verga Bradascio – ma (media 1 gennaio 26 settembre 2014) 80.668 barili a giorno dai pozzi del giacimento della Val d’Agri e 279 dal pozzo di Pisticci (perché pure a Pisticci c’è un pozzo) . Giusto per la precisione. I dati sono nel sito della Regione Basilicata, di cui Bradascio è consigliere.