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Il futuro in casa e il “cultural divide” del PD lucano

C’è stato un tempo in cui il futuro abitava qui. Quando la stampa parlava del “Caso Basilicata” perché prima in Italia per numero di PC (62%) e di connessioni ad internet (61%) per famiglia (fonte: Consodata). Era il 2006 e la prima parte del Progetto Basitel, nota come “Computer in ogni casa”, produceva i suoi frutti.

Basitel nasce nel 1999 e punta a diventare il più importante piano di alfabetizzazione informatica tentato in Italia. A finanziarlo sono la Comunità Europea e la Regione Basilicata. A progettarlo è l’allora Governatore, Filippo Bubbico, insieme ad una parte illuminata di classe dirigente. Sono convinti che le strade telematiche possono accorciare le distanze fisiche, creare occasioni di sviluppo e aiutare la comunità lucana ad uscire dall’isolamento. Per farlo serve una rete di relazioni digitali, tra cittadini e tra i cittadini e la pubblica amministrazione, su cui far correre servizi ed opportunità.

Chiari i passi da compiere: prima le macchine cioè i computer, poi la strada cioè l’infrastruttura telematica diffusa sul territorio ed in fine i servizi offerti dalla PA.

Così la Regione Basilicata si incamminò, per prima, verso quella società dell’informazione che oggi è un poderoso motore di sviluppo.

La prima fase che incentivava l’acquisto di pc con connessione a internet fu un successo.
 Ma la meta era ancora lontana: bisognava portare  “banda” ovunque e modernizzare la PA regionale. Lo scoglio era solo uno: aprire la Basilicata alla modernità minava il principio “politicista” – la politica presiede e determina tutto – con cui il centro sinistra aveva governato fino ad allora.

Uno scoglio che si rivelò insormontabile. Con Vito De Filippo Presidente, infatti, una nuova “corrente” occupa il ponte di comando e la guerra interna al PD, che subito ne deriva, porterà Basitel a morire per consunzione.

L’ultimo progetto di visione tentato dalla classe dirigente lucana si spegne così per la miopia culturale del PD lucano che, ripiegato su una battaglia di potere tutta interna, trascura le grandi strategie di sviluppo. 

Una guerra che ha costretto il “Partito Regione” a reclutare, su obbedienza e fedeltà, truppe per presidiare consenso e territorio invece di idee, visone e progetti, che ha indotto anche i corpi intermedi a schierarsi e a non guardare più al futuro da costruire per la collettività ma al presente da imbrigliare e preservare per se stessi e la propria fazione.

E la classe dirigente emergente oggi è figlia proprio di questo modello: sempre pronta a soffiare sulla paura –  per innescare il bisogno di protezione che poi garantisce in cambio di consenso e fedeltà –  preferisce la comoda frontiera della comunicazione e della forma ai temi e ai fatti.

Ma adesso, sotto i colpi della crisi, il politicismo e la cultura “militare” della politica lucana non bastano più. La Basilicata va ripensata a partire proprio dalla capacità di progettare della sua classe dirigente. E in questo il ruolo del primo partito regionale è determinante.

Matera Capitale della Cultura è, certo, l’esempio importante da cui ricominciare, ma non dimentichiamo che è stata una candidatura ad un obiettivo  già “confezionato” anche se difficilissimo da raggiungere. Ben diverso è invece disegnare, in mare aperto e con pochi punti di riferimento, un modello di sviluppo, quindi compiere le scelte necessarie e assumersi la responsabilità di misurarne i risultati come, invece, occorre fare. 

E allora, riusciranno i maggiorenti del PD a normalizzare il loro partito per tornare a pensare invece di guerreggiare? Sapranno colmare il “divide” più importante di questa regione cioè quello culturale interno al partito? Insomma, anche per il PD, è possibile provare a costruire il “militante culturale”?