Cultura

Per salvare il centro storico un bando non basta

Passeggiando tra i vicoli dei centri storici della Basilicata, si rimane affascinati dalla bellezza degli angoli e dei paesaggi, ma contestualmente si viene sommersi dalla desolazione, dallo sconforto dell’abbandono.

I piccolo borghi lucani sono la vera attrazione turistica della regione, da valorizzare e preservare a mio parere.

Ecco la prima domanda: cosa è successo? Cosa ha indotto gli abitanti ad andare via? Quando è accaduto? Come mai nessuno è intervenuto?

Consideriamo per esempio il centro storico di Sant’Arcangelo, comune di 6.511 abitanti situato nell’area della Val d’Agri. Il centro storico di Sant’Arcangelo si è svuotato a beneficio della nuova frazione San Brancato. Le prime case a San Brancato sono state consegnate nel 1957 e da quel preciso momento è cominciato il lento abbandono del centro storico e il graduale popolamento di San Brancato. Le parole chiave sono esattamente queste: lento e graduale. Quando le cose accadono goccia a goccia non sono notate, sono sottovalutate e poi, all’improvviso, tutto è cambiato.

Le famiglie si sono trasferite in case meno affascinanti, con meno personalità, ma infinitamente più comode. E con loro una miriade di negozi: non c’è più nessuno e i negozi si spostano dove c’è gente. Alcune attività sono sparite perché “superate” dal tempo: calzolai, falegnami e sarti hanno visto il loro lavoro ormai sostituito da un prodotto industriale più economico e immediatamente disponibile. Le riforme scolastiche e la legislazione sul lavoro hanno fatto il resto.

Altre attività non hanno retto alla concorrenza, come per esempio le piccolissime botteghe di generi alimentari che servivano esclusivamente le famiglie del quartiere. «I clienti diventano sempre meno e i commercianti, dovendo acquistare quantità di prodotto sempre più esigue, perdono interesse per i rappresentanti delle aziende produttrici con la conseguenza di prezzi più elevati. Fino a quando non sono più concorrenziali e sono costrette a chiudere (testimonianza di un commerciante trasferito a San Brancato).»

Trentuno sono le attività che ancora popolano il centro storico (tra cui 3 piccoli supermercati, 2 macellerie e 2 fruttivendoli, 2 panetterie di cui una solo rivendita, 2 parrucchieri, 1 pizzeria e 6 bar), molto poche rispetto al fermento di qualche anno fa: ogni locale che si apriva sul corso era una bottega, c’erano 2, 3 alberghi e ogni quartiere aveva il suo negozietto di generi alimentari.

La seconda domanda: perché queste attività 31 attività  hanno resistito?

Lo abbiamo chiesto a Lucia Mastrosimone, che qualche anno fa ha rilevato un’attività che stava chiudendo. Sarebbe stato un’altra porta chiusa del corso principale e invece grazie a un’imprenditrice coraggiosa la saracinesca è stata riaperta. «È stato un ritorno alle origini. Sono i luoghi della mia infanzia. Conosco tutti.»

Continua: «Nel 1985 mio marito e io eravamo ancora fidanzati. Eravamo sul punto di partire per Reggio Emilia, ma abbiamo deciso di restare e fondare un pastificio, in cui già lavora anche uno dei nostri due figli. Rilevando il negozio, intendevo sia creare un punto vendita per il pastificio sia offrire un’opportunità di lavoro all’altro figlio.»

La testimonianza è interessante perché, oltre all’attaccamento alla propria terra che rappresenta la spiegazione per il continuare a resistere, contiene lo sguardo al futuro. Non è un sopravvivere ma è investire.

Ed ecco la fatidica terza domanda: cosa fare? «Se un padre ha due figli, uno che se la sa cavare da solo e un altro con difficoltà, aiuta quello con qualche problema. Visto che San Brancato ha individuato da solo il proprio percorso, bisognerà trovare il modo per aiutare il centro storico (testimonianza di un commerciante che è restato).»

Come sarebbe bello avere soluzioni! Facciamo un bel bando pubblico, magari con le royalties del petrolio, e incentiviamo i commercianti che vogliono spostarsi o avviare un’attività nel centro storico. Beh già fatto! E purtroppo il risultato è stato deludente. Delle nove iniziative ammesse al bando a Sant’Arcangelo, solo tre hanno effettivamente realizzato il progetto (due ampliamenti e una nuova iniziativa). Ci hanno ripensato perché troppo rischioso, «non ne vale la pena», il commento più frequente. Quindi non è più una questione di fondi, non basta il contributo economico. È necessaria animazione del territorio, ci vuole un’iniezione di motivazione, tanta speranza.

La speranza di potercela fare, di poter cambiare il corso della storia. Proviamo a immaginare un gruppo di giovani motivati con capacità e voglia di fare, che scompigliano tutte le carte!