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Se la Basilicata investe per mandare via i suoi giovani

Tutti siamo a conoscenza delle crisi demografica della Basilicata (noi ne abbiamo scritto qui ). Pochi invece sanno che la stessa Regione Basilicata contribuisce ad allontanare la sua più grande risorsa: il suo capitale umano, i giovani.

Ad illuminarci sul tema è il Prof. Nicola Coniglio dell’Università di Bari che, al convegno della Banca d’Italia sul Rapporto annuale dell’economia Regionale, squaderna pochi numeri ma chiari.

Ci dice che nel 2016 la Basilicata conta 3.300 persone in meno rispetto al 2015 facendo segnare il dato peggiore tra le regioni italiane ( -5,8 per mille). Il saldo naturale invece è di -3,8 per mille a fronte di una media italiana di -2,7. Quello migratorio è del -2 per mille contro il +1,08 dell’Italia. Perdiamo giovani istruiti. In altri termini: il nostro futuro scappa mentre la fascia di popolazione anziana si allarga sempre più.

Ma che fare? Di certo non possiamo continuare con quello che facciamo o, almeno, non come lo facciamo. E qui, Coniglio, con un suo studio dimostra che nei soli anni 2000-2005 la regione Basilicata ha speso 25 mln di euro per finanziare Master Universitari ai giovani laureati lucani. E che ben il 70% dei partecipanti a questi master è rimasto a lavorare fuori regione.

Quindi, la Regione Basilicata investe per potenziare la formazione dei suoi figli migliori che però, poi, vanno a fecondare e arricchire altri territori.

Qualcuno dirà: che c’è di strano, tutte le regioni hanno messo in campo simili interventi.

Vero, ma altrove queste azioni sono inserite in strategie ampie di sviluppo territoriale (politiche industriali) fatte di interventi mirati e coordinati che hanno l’obiettivo di potenziare il tessuto industriale esistente e attrarre nuove imprese, quindi nuovi investimenti e dunque nuovo lavoro. E in questi piani sono coinvolti tutti gli attori della crescita: università, centri di ricerca, governi locali, sistema delle rappresentanze ecc. Insomma, hanno cura dell’ecosistema industriale esistente, lo modellano per accogliere nuove iniziative così da garantire non solo sviluppo economico ma anche progresso sociale. Perché sono in grado di soddisfare tutte le aspirazioni lavorative dei loro giovani che, così, in quel territorio, restano e ne diventano protagonisti.

La Regione Piemonte, ad esempio, utilizza con successo i “contratti d’Insediamento” cioè delle forme negoziali di sostegno agli investimenti. In pratica, la nuova azienda che vuole insediarsi, interagisce con un unico interlocutore regionale (InvestPiemonte) con cui negozia un autentico contratto. In questo accordo, da un lato, la Regione mette in campo un set di vantaggi disegnato al momento e sulle specifiche esigenze dell’imprenditore – se l’azienda è “human intensive” si offrirà la formazione del personale, se è energivora si abbatterà la bolletta energetica ecc. – e si impegna a rispettare i tempi e le modalità dei diversi iter autorizzativi della PA. Dall’altro, l’imprenditore, si impegna a mettere in campo gli investimenti ( anche in risorse umane, ricerca ecc. ) che gli spettano nei tempi e con le modalità concordate.

Così, la formazione finanziata post-laurea, diventa una leva di attrazione perché solo se un’azienda decide di investire sul mio territorio e di assumere i miei giovani laureati, io, Regione, sono disposta a farmi carico della loro ulteriore formazione. E in quel caso non bado a spese perché sto investendo dal mio territorio, per il mio territorio.  

Invece la Basilicata è una delle regioni italiane che non ha un soggetto che pratica politiche di attrazione degli investimenti. Però ha Sviluppo Basilicata e Basilicata Innovazione (o come si chiamerà adesso) che, quando non si accavallano, si avventurano in campi tanto di frontiera quanto impossibili ( leggi: Progetto per una Finanziaria regionale ).

La Basilicata non usa sistemi automatici di incentivazione come il credito d’imposta. Preferisce ancora i bandi, perché ci devono essere le valutazioni, i punteggi e le graduatorie (con i tempi relativi). Perché la PA deve esercitare ancora la funzione “distorta” di ancella della politica.

Va bene, però “la Basilicata è la regione delle startup”. E’ quello che ci auguriamo, però l’incidenza delle startup non si misura in base al loro numero, per i premi che conquistano o i finanziamenti che ricevono, ma per il loro mercato, i bilanci e il capitale umano impiegato.

Purtroppo la Basilicata è anche quella regione che non ha l’anagrafe dei capannoni industriali dismessi (utile a ridurre tempi e costi d’insediamento per le nuove imprese) ma, in compenso, ha una buona legge per la valorizzazione del patrimonio di archeologia industriale.

Insomma, delle cose secondarie la Basilicata ha tutto, ma delle fondamentali…