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BarCondicio, l’altra narrazione della politica ai tempi dello storytelling digitale

di Sergio Ragone


Si chiama disintermediazione l’atto di rompere il muro della mediazione giornalistica tra elettori ed eletti. A renderla concreta, in Italia, è stato Matteo Renzi quando, da sindaco di Firenze, decise di non seguire più le classiche metodologie di comunicazione con la stampa, me di usare il web ed i socialmedia per costruirsi un canale diretto di comunicazione con i cittadini. Le polemiche con l’OdG toscano sono ormai da antologia del giornalismo politico.

La disintermediazione, unita allo storytelling politico, è una delle chiavi di lettura del rapporto che oggi c’è tra media e politica. Tra giornalisti e politici. Tra cittadini e politici. Quella stagione berlusconiana fatta di luci e televisioni ad uso e consumo proprio, sembra ormai abbastanza superata. L’immediatezza dei socialmedia permette di costruire frame di comunicazione su precisi spin, legati a strategie di breve e medio periodo o a esigenze del momento. Anche in questo caso Renzi ci dimostra come l’intermediazione della stampa può essere superata dalla comunicazione one to one. Pensiamo alla sua Enews, sulla quale si stendono editoriali e riunioni di redazione dei talkshow televisivi, che pure non godono di buona salute da un po’ di tempo a questa parte. Oppure ai suoi tweet embeddati nelle pagine del mainstream italiano.

Questo nuovo modo di essere (e di apparire) va a generare quella che Salomon ha difinito “la politica nell’era dello storytelling”, titolo del suo saggio più noto, diventato ormai vademecum fondamentale per esperti e aspiranti comunicatori e giornalisti di politica.

C’è un passaggio di questo saggio, in premessa, che vale la pena riportare: “La mediasfera, con i suoi talk show e i suoi social network, i suoi editoriali e le sue breaking news, la sua drammaturgia, il suo ritmo 24/7, i suoi commentatori, i suoi portavoce, i suoi leader di opinione e i suoi community manager, costituisce il teatro della sovranità perduta. Gli uomini dello Stato ‘insovrano’ vi sono convocati non più con la maestà dei sovrani di un tempo, ma come impostori esposti al pubblico ludibrio. Sono costantemente sottoposti a un processo di verifica e a un obbligo di performance. L’insovranità si manifesta fin nelle vicende della loro vita intima… Ciò che li minaccia, ormai, non è più solo l’impopolarità o la perdita del potere, ma il burn out professionale, l’esaurimento, il male di quelli che hanno spremuto fino all’ultima delle proprie possibilità… L’homo politicus che abbiamo conosciuto negli ultimi due secoli è destinato a scomparire. Cerca la sua strada altrove, alla cieca, in quella zona grigia dove la politica perde i suoi diritti.”

Ci sono luoghi, però, dove la disintermediazione conosce tempi e modi diversi. Il BarCondicio di Cibò, per esempio. Questa formula a metà tra talk show televisivo e simposio, che negli anni ha visto incrociarsi notizie ed opinioni, discussioni serie e sorrisi, riesce a rallentare i tempi fernetici della comunicazione politica digitale e della famelica ansia da notizia della stampa.

Sbaglia chi legge in BarCondicio un tentativo di “alleggerire” le questioni serie ed urgenti che sono sul tavolo della politica e che il giornalismo pone quotidianamente all’attenzione dell’opinione pubblica. Questo tipo di lettura è tipica di chi non ha compreso il tempo moderno e frena di fronte al nuovo. Per paura. La stessa che possiamo leggere ogni giorno in quella piccola sfera lucana che anima conversazioni sul web: un nucleo di commentatori, di opinionisti, di attivisti di partito che concentrano in qualche tweet e pochi post un pensiero, una opinione, un’invettiva, una verità. La propria, ovviamente. E’ un’attività intensa, continua, fatta di interazioni e di reaction, in cui la metrica sembra essere il solo numero di follwers o di RT. Ma nulla a che vedere con la partecipazione, con l’analisi delle comunità urbane (liquide?), con la parallela e trasversale dicussione politica sui temi di cui la politica stessa si autogenera. A trovare spazio, in questo tempo, sono ormai diversi “social umarells”: osservatori distanti dal “cantiere” che, come per quelli della vita di tutti i giorni, sui social, sui blog e sulle colonne dei quotidiani, guardano, commentano, indicano soluzioni, urlano verità, fanno l’elenco delle cose da fare e che, chi sta lavorando, non è in grado di fare. Nella dimensione del “right here! right now!”, questi social umarells si moltiplicano senza amplificare realmente la propria voce. Trovano però giovamento nell’engegment generato dai propri flame. Lo si può vedere dal numero di RT a commenti positivi e complimenti che abbondano nelle nostre timeline. Ma aggregare intorno a sè stessi il proprio “inner circle”, non è indice di “saper usare il web” e nemmeno serve a generare una valida self reputation realmente riconosciuta.

Per questo, va dato merito agli organizzatori del BarCondicio, colleghi giornalisti e comunicatori di primissimo piano, di aver creato un luogo di approfondimento diverso. Serio e sereno. Che sta sulle cose e non le sfiora.

Perchè è anche la serenità del dibattito che manca in questa regione. Dal petrolio all’agricoltura, dalla cultura ai temi del lavoro, ogni giorno si consuma un duro e livoroso scontro tra parti che fa avvitare l’opinione pubblica su pareri e non sui fatti, generando l’inevitabile indifferenza finale e amplificando la separatezza tra cittadini e politica.

Nella sua versione “Pane Patta e Pace” dedicata a #matera2015, Mariateresa Labanca del Quotidiano del Sud ed il team di Basilicatapost, ci hanno offerto un quadro di opportunità che non va sciupato. Il loro format può crescere e, come un buon vino, migliorare con il tempo. Spetta agli attori principali dell’opinione pubblica non rendere vano questo loro sforzo, alzando la qualità del dibattito e non scendendo nella bassa farmacia della contrapposizione di parte. La Basilicata ha bisogno di un racconto migliore di sè stessa, è questo il momento giusto per iniziare a farlo.