Economix Prima

Alimentare: bravi produttori, cattivi venditori

Il cibo?

“E’ il primo settore economico del paese, vale più del doppio del sistema moda, due volte e mezzo la produzione di automobili e mezzi di trasporto, più di tre volte la produzione di mobili e oggetti di design” (L’impresa, Gruppo 24ore 11/2014)

E in Basilicata? Quali sono i numeri della Basilicata?

In Basilicata ci sono 793 imprese (Istat 2011) classificate come industrie alimentari, che rappresentano il 25,7% delle imprese manifatturiere e il 2,26% delle imprese presenti in regione. A queste si aggiungono le 36 industrie delle bevande, ossia le imprese che producono vino, birra e acqua minerale (Istat 2011). Occupano circa il 4% degli addetti totali e il 16% degli addetti del manifatturiero. L’84% delle imprese ha fino a 5 addetti.

Eppure sembra non avere attribuita dai lucani la giusta importanza, rimane relegato ad un fenomeno quasi folkloristico, rispetto ad altri settori cui si attribuisce una maggiore “serietà” come l’Automotive e l’Energia.

E le imprese cosa pensano? Ad ascoltare le imprese, si ha l’impressione che siano personaggi in cerca d’autore. Si muovono nel tentativo di trovare un’identità, parlano di IGP, auspicano la presenza di soggetti coordinatori, sorta di deus ex machina, che possano indirizzare le azioni di tutti, magari imitando e copiando cosa fanno le altre regioni, parlano del solito Marchio Made in Basilicata, nel tentativo di attribuire al proprio prodotto una differenziazione e una riconoscibilità che apra magicamente tutti i mercati. Oppure c’è chi vive il problema degli scarti di lavorazione e quindi auspica la collaborazione con l’Università per ridurre i costi.

La verità è che nella maggior parte dei casi le aziende lucane sono più brave a produrre che a vendere. Il bisogno che esprimono al di là delle parole è il desiderio di trovare una strada per migliorare le vendite e ridurre i costi.

Le imprese lucane devono imparare a vendere, devono cominciare ad uscire dal mercato regionale o nazionale. All’estero c’è un mercato per il made in Italy. Cosa vogliono i consumatori internazionali? E ‘ questo che bisogna chiedersi. Pensiamo davvero che il solo fatto di aver prodotto in Basilicata possa determinare un’attrazione verso il nostro prodotto? Farà vendere di più la presenza sulle confezioni di un marchio  “fatto in Basilicata”? Sarà pertanto utile investire in un nuovo marchio territoriale?

Sono anni che si dicono le stesse cose e si sono fatti già tentativi di marchi aggreganti con scarso successo. Al pari di scarso successo la creazione per legge dei distretti. Al di là dei soliti discorsi, che risultati hanno portato? Eppure sembra che tutto l’interesse delle imprese sia concentrato sull’ottenere questo prezioso status.

L’elemento territoriale può essere recuperato per le attività a dimensione locale per natura, come ristoranti, agriturismi che, valorizzando le produzione locali tipiche, possono essere inserite in percorsi eno-gastronomici e quindi il food si aggiunge e completa le attrattive turistiche della regione.

Quali sono le tendenze dell’industria agroalimentare? Leggendo le linee guida per la definizione della strategia che accompagnerà la proposta del POR FESR da presentare alla comunità europea, si ottiene la traiettoria dell’Ama il tuo prossimo come te stesso! Ossia ama te stesso e ama il tuo prossimo. La direzione verso cui sta andando l’agroalimentare, le previsioni per i prossimi cinque anni sarà:

– un cibo che fa bene. Un cibo sano, di qualità, senza additivi chimici, per soggetti con intolleranze, biologici;

– un cibo che non danneggia l’ambiente, che lo rispetta, che ricicla, che riutilizza.

L’agroalimentare lucano deve andare in questa direzione. Il cibo lucano è un cibo sano, che per vendere deve imparare a esaltare questi elementi. L’esigenza o problematica degli scarti di lavorazione espressa dalle impresa lucane è l’altra direzione verso cui andare. L’impresa lucana deve trovare l’accesso alle nuove tecnologie per ridurre gli sprechi.

Cosa ostacola il raggiungimento di questi obiettivi? La piccola dimensione, le aziende devono mettersi insieme.

A questo punto l’intervento pubblico deve fare un passo avanti, deve vincere la resistenza delle stesse imprese, la riluttanza a mettersi insieme.